Perchè e come lo statuto 18/10/90 è stato un disastro annunciato e preparato. - EMERGENZA MAGISTRATURA

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Perchè e come lo statuto 18/10/90 è stato un disastro annunciato e preparato.

STATUTO BANCO SARDEGNA

Perché e come lo statuto 18/10/90 è stato un disastro annunciato e preparato

Egregi Parenti, Amici, Conoscenti e Signori, Amici,  

purtroppo nell’ottobre ’90  avevo previsto bene. E purtroppo l’arroganza e la sicurezza del Potere hanno prevalso sul mio tentativo d’impedire (con lo strumento della minaccia d’un esposto alla procura, la quale altro non era che era un’altra ed efficiente sezione del Potere), impedire l’approvazione del “nuovo” statuto.

Già nell’ottobre ’90 e poi in tutti i processi penali di cui oltre,  avevo detto e scritto che lo statuto 18/10/90 sarebbe stato disastroso per  la Sardegna, i suoi problemi, le sue povertà ed i suoi disoccupati.

Nei prossimi sei punti ci sono, alla svelta, i motivi che m'inducevano ad un facile pessimismo sulle sorti della banca,  assieme all'amarezza  di toccare con mano come il cinismo della classe politica sarda avrebbenuiociuto fortemente alla Sardegna o meglio alle sue classi deboli.

Ecco i motivi.

1.- C’era una volta, in Sardegna, il Banco di Sardegna.



Era ed è la più potente ed influente banca sarda. Ma “sarda”, non lo è più, dal  maggio del 2000, quando la Banca d’Italia, stufa della disgustosa incapacità della classe politica regionale ad amministrare una banca, ne hanno imposto la vendita alla BiPER, che ha sede in Emilia , a Modena.

Il Banco controlla(va) il 50% circa della raccolta, (una percentuale enorme), ed ha una diffusione capillare nell’Isola. Non c’è paese senza una sede del Banco. Quindi il Banco ha (avrebbe) tutti i potenti strumenti per fungere da volano dello sviluppo.

Nel 1990 il Banco era ancora di piena proprietà pubblica (in siostanza regionale). Gli amministratori venivano nominati tramite apavalda lottizzazione tra partiti e correnti.  


2.- Cos’è la gestione bancaria d’estrazione “politica”.

Orbene, non è chi non abbia capito,  e l’esperienza, la dottrina e le leggi 23/1981 e 218/90 ne hanno preso e dato solennemente atto, che un signore col sedere su una sedia di comando agisce in un modo se è un imprenditore: cerca la soddisfazione del cliente, il conseguimento degli obiettivi, il profitto, l’immagine, la protezione del patrimonio, lo sviluppo, ecc.).

Se invece l’occupante (spesso precario, occorre fare in fretta!), della poltrona è un  “politico”  (o servitore d’una corrente), che non rischia di suo, generalmente le sue stelle polari sono altre: sono i vantaggi di qualche tipo personali e/o di corrente nelle operazioni aziendali, una fortissima propensione per le pratiche  clientelari nella gestione del personale aziendale,  ecc..

Non ho bisogno di ricordare, oltre al Banco di Sardegna, le strutture “politiche” di gestione del Monte Paschi di Siena, della Banca Etruria, ecc..



Generalmente, al “politico” (politico in  proprio o servitore della corrente), non è stato mai richiesto di essere un banchiere (e neppure un bancario). Se lo é, meglio. Se non lo era, meglio ancora. Meglio ancora perché il non tecnico non si rende neppure conto di quel che gli si fa fare.

3.- Chi erano gli amministratori del Banco nel 1990.
Fra tutti gli  amministratori baciati dalla fortuna nell’89 con una poltronissima, nel Banco,  solo una ristrettissima minoranza (e come tale quasi non incidente nella gestione), aveva la stoffa e faceva (e fa tuttora), l’imprenditore. La stragrande maggioranza degli amministratori del Banco erano stati nominati  per lottizzazione nell’89,  non aveva mai fatto l’imprenditore, e non l’ha mai fatto dopo. Talvolta taluni di essi  davano l’impressione di non sapere che fosse il break even point, e probabilmente avevano difficoltà a leggere un estratto conto.

Qualche nome del comitato esecutivo ( e del consiglio d’amministrazione): il presidente prof. Lorenzo IDDA (DC, non imprenditore),  era stato imposto dal presidente della Repubblica in carica Francesco COSSIGA. Il vice presidente prof. Antonio MAZONI (PSI, non imprenditore) era stato indicato dal corrente NONNE. L’ing. Giovanni MELONI, valido imprenditore (finalmente!), era stato imposto  dal presidente della RAS on. Mario MELIS, quindi PSDAZ.
Nel consiglio d’amministrazione c’erano, oltre ai nominati IDDA e MAZONI,  i Signori dr. Damiano DESSI (DC, non imprenditore),avv. Federico ISETTA (PCI, non imprenditore); dr. Carlo MOLE’ (DC, non imprenditore); rag. Oristano, DC, non imprenditore.

4.- Insofferenza di Gian Paolo Porcu per la condotta “non imprenditoriale” del Banco.
A torto o ragione, il componente del comitato esecutivo dr Gian Paolo Porcu (dottore commercialista), aveva da tempo (1989 e 1990), anche con ripetuti esposti  alla Banca d’Italia (supremo organo di “controllo”, se e quando vuole),   manifestato insofferenza per la gestione non imprenditoriale del Banco.

5.- La legge Amato era dunque, per Porcu, la benvenuta. Laddove, sempre a parere verbale e scritto del  Porcu, il nuovo testo  statutario avrebbe

a) immediatamente escluso il Banco dal riparto dei 1800 miliardi di lire. Cioè il Banco, con la delibera 18/10/90 buttava fuori dalla finestra un pacco di forse 300-400 miliardi di lire. Come volevasi dimostrare,
(cioè Porcu lo aveva dimostrato con settimane d’anticipo), il D.Lgs. 358/90 ha distribuito i 1800 miliardi tra sole tre banche, (BNL, Banco Napoli e Banco di Sicilia), previa esclusione del Banco di Sardegna,.

b) con una gestione statutariamente più “istituzionale” di prima (prima della legge 23/1981: il prof. IDDA ha colto l’occasione d’oro), il Banco diventava una sorta di impresa individuale  nella mani di un non-imprenditore. Facile prevederne la rovina, come sarebbe facile (e com’è facile) prevedere la rovina d’una qualsiasi industria se la si affida a chi, magari premio Nobel in malattie del pancreas, non è industriale né navigato e  neppure alle prime armi.

Fatto sta che Gian Paolo Porcu, già nell’ottobre 1990 aveva previsto , per iscritto, la rovina del Banco.
Puntualmente, come già detto, con lo statuto 18/10/90 il Banco ha proseguito la gestione di stampo “politico” senza l’ombra di privatizzazione, (che ne avrebbe progressivamente corretto la rotta), finoa quando governo e Banca d’Italia, stufi e stufissimi ne hanno imposto la vendita, sotto forma della maggioranza delle azioni, alla BiPER, che ha sede a Modena , in Emilia. E pensa ed agisce non in sardo ma in emiliano.

Del resto, chi compra qualcosa, e la paga, poi la usa nel proprio interesse, non in quello del venditore.

6.- Danni colossali per la Sardegna, per il suo popolo, per le sue povertà per i suoi disoccupati. Perché il Territorio isolano nella sua interezza, con la vendita alla BiPER è restato senza  le due principali banche sarde, che pensassero in sardo.

Qualsiasi studentello dalla terza ragioneria in poi, ha studiato “le banche”, e sa quale sia la loro funzione nel Territorio d’operazioni. Chi non ha studiato legga ora in Wikipendia.

Valutare le possibilità di sviluppo di un territorio con o senza banche locali che pensino in termini di sviluppo locale , è come paragonare in termini di sviluppo un territorio a vocazione turistica nelle due versioni: con o senza alberghi.



 
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