La trappola della Legge Amato - EMERGENZA MAGISTRATURA

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La trappola della Legge Amato

STATUTO BANCO SARDEGNA

Due passetti indietro. Amici, leggete attentamente, Vi servirà. Come già detto, comprendere l'intera vicenda Vi servirà per capire da chi siamo governati.(E per questo qualcunio di Voi dovrebbe anche ringraziarmi: modestia a parte in questo sito c'è da imparare, toccando con mano, più che ascoltare cento telegiornali più o meno edulcorati e cento autocelebrative inaugurazioni di altrettanti anni giudiziari.

(Quando sento in un'aula giudiziaria citare Falcone e Borsellino mi indigno).

Torniamo a noi:

Per valutare tecnicamente (e moralmente) lo statuto 18/10/90, occorre fare due passetti indietro. Uno sulla legge 23/1981 “Andreatta”, e l’altro sulla natura giuridica del tipo di statuto voluto sia dalla legge 23/1981 “Andreatta” sia dalla legge 218/1990 “Amato”.

Legge 23/1981.


La legge 23/1981 voleva costringere dolcemente, (“pagandoli”), i “banchi meridionali”, (tra cui il Banco di Sardegna), ad abbandonare il risibile statuto vigente, (del tipo detto “istituzione”),  per adottarne uno, detto “impresa”, con controlli veri (se non in fatto annacquati), modellato sull’apposito DM  27/07/1981 (ministro del tesoro Andreatta).

Il Banco di Sardegna fu il primo ad uniformarsi: adottò uno statuto “impresa” e perciò nel 1982 ebbe dallo Stato la bellezza di 25 miliardi gratis in conto legge 23/1981.

Dunque prendiamo qui una importantissima nota che ci servirà per la trattazione dell’intera vicenda (e per valuare lo squallore e la ferocia del Potere). Che è questa: il 31/7/1900 (apparizione della legge Amato), il Banco di Sardegna aveva senza se e senza ma, fin dal 1982, uno statuto del tipo “impresa”.

Differenza tecnica tra lo statuto “istituzione” e quello “impresa”.

In breve: quello “istituzione “ è tecnicamente senza controlli, il bilancio è approvato da chi lo ha gestito, il cda. E’ in sostanza lo statuto dell’asilo infantile e delle “aziende di erogazione”, che sono quelle che spendono le risorse senza misurazione dei ricavi. Le imprese, che hanno per scopo la produzione di reddito, hanno uno statuto "impresa" con controlli veri, denunce per falso in bilancio, ecc..

Ma in fatto cos’é avvenuto nel Banco, tra il 1982 ed il 1990?

E' avvenuto che in assenza nel capitale di privati che rischiassero in proprio,  sia l’organo di governo (il ce), sia il collegio sindacale (organo di controllo contabile) , sia il cda (organo di controllo di merito) sono stati composti da personaggi nominati da politici con fini “politici”, che non rischiavano i loro denari, ma i nostri.

Insomma il Banco di Sardegna ha viaggiato formalmente, tra il 1982 ed il 1990, con uno statuto “impresa”, con controlli. Però di fatto i controlli voluti dalel norme Andreatta sono stati neutralizzati perché le persone che avrebbero dovuto eseguire quei tipi di controlli erano della stessa origine ed ideologia dei controllati.

Insomma, tra il 1982 ed il 1990 il Banco aveva uno statuto “impresa” ma in fatto è stato come non l’avesse.

Comunque tecnicamente lo statuto "impresa" ce l’aveva, anche agli effetti e per i fini della legge Amato, compresi i miliardi previsti.

Ma ecco ora la polpetta velenosa, la “trappola” nascosta tra lepieghe della legge Amato.




Ecco la trappola letale.


Il 30 luglio ’90 arriva dunque la legge “Amato” o “Amato Carli” (n.218/90), sul modello della precedente legge 23/1981.  
Motivazioni delle due leggi:
Lo Stato, stanco, nauseato e comunque non più in possibilità di coprire deficit di banche pubbliche,  vuole costringere dolcemente a trasformarsi in società per azioni, con ingresso di privati, anche i cinque  principali  ISTITUTI DI CREDITO DI DIRITTO PUBBLICO (BNL, BANCO DI SARDEGNA,   BANCO DI NAPOLI,  BANCO DI SICILA, MONTE DEI PASCHI DI SIENA).

Gli ammnistratori degli ICDP non ne voglionio sapere, di perdere la loro gallina dalle uova d'oro, ed allora lo Stato con la legge 218/90 li mette "in ponte".

La legge 218/90 dice: io Stato distribuisco 1.800 miliardi di lire in cinque anni fra gli ICDP che adotteranno uno statuto sul modello del DM del 27/07/71 (dell'allora ministro Andreatta).

Date le dimensioni di tutti gli ICDP, per il BANCO si poteva stimare una quota di forse 3-400 miliardi di lire (sui 1.800). Il Cielo, e tutti, sapevano quanto bene la quota avrebbe prodotto sull’economia sarda).

Fin qui  nulla quaestio: sono denari che ci faranno un gran bene.

Ma la legge 218/90 conteneva un inghippo. Un inghippo  letale per amministratori politici lottizzati che non avrebbero mai amministrato più nulla di simile, (e forse neppure una pizzeria), anche vivendo cent’anni. L’inghippo era una disposizione (art.5 legge 218/90), che praticamente costringeva la banca a diventare una società per azioni (entro due anni, art. ), ed entrare su un piano inclinato che avrebbe determinato prima o poi l'ingresso di privati ai quali la gestione clientelare "politica" non sarebbe andata tanto bene.

Sgomento, panico, dramma sono cominciati all'alba del  30 luglio ’90 ai piani  alti del BANCO: il bel sogno d'una vita, finalmente realizzato, era in procinto di terminare. A sera qualcuno aveva già preso appuntamento con lo psicologo di fiducia per fronteggiare la depressione.

Perchè l'attenta e collettiva lettura della legge 218/90 faceva scoprire un risvolto micidiale, come chi in un film dell'orrore notturno improvvisamente si trova di fronte all'assassino armato di mitra, bomba a mano, coltello e veleno. era l'art. che prescriveva ) d’uno statuto chiamato (nel gergo Bankitalia) del tipo “impresa”, cioè sul modello (collaudato) contenuto nel citato DM 27 luglio ’71 (Ministro del Tesoro ANDREATTA). Nulla avrebbero avuto quegli ICDP che avessero insistito nel tipo di statuto chiamato “istituzione”. (Cioè tipo asilo infantile, dove chi approva il bilancio è il CdA che l’ha gestito. Se non è da ridere!!
Lo statuto vigente nel ’90 del BANCO era già del tipo “impresa”, modellato sul DM 27/07/71. Quindi che avrebbe dovuto fare il BANCO per doverosamente incamminare l’ISTITUTO verso la SpA e per avere una quota (ripeto forse 300-400 miliardi del ’90-94)? Non aveva da fare nulla di nulla. Magari una letterina ed aspettare i bonifici.
Per una di quelle contorsioni dei quali la politica è capace, nel ’90, nel BANCO l’organo con poteri assembleari (ad. esempio modifica dello statuto), e del quale io non facevo parte, si chiamava CdA.

Dunque il CdA il 18/10/90 vota una riforma “statutaria” pazzesca, che ripudia lo statuto “impresa”, ripudia (forse illegalmente), il DM 27/07/71 e riadotta uno statuto del tipo  “istituzione”. Pazzesco, nel ’90! Il che mette in condizioni il BANCO d
Non ricevere alcuna quota sui 1.800 miliardi, (che sollievo!);
Abolire i già scarsi controlli (tipo spa), contenuti nello statuto ex DM 27/07/71,
Regolarsi su un modello asilo infantile, tipo “erogazione” (e che erogazioni!),  che avrebbe consentito di continuare la amatissima gestione “politica” senza le rotture di scatole di un’assemblea nella quale un qualunque Pierino privato possessore di tre azioni avrebbe potuto fare domande indiscrete (ad empio, quanti parenti di magistrati  sono stati assunti senza concorso quest’anno?)

Il 17/10/90, cioè la sera prima del voto finale in Cda (18/10/90) che avrebbe adottato il nuovo risibile statuto ho da Cagliari fatto due telefonate al DG ed al P. del BANCO: se domani approvate il nuovo statuto, che è in danno del BANCO e della SARDEGNA ed a favore delle personali posizioni  di chi approverà lo statuto, io faccio un esposto alla procura della Repubblica di Sassari.

Ecco la trappola letale.

Ecco perchè.

Il 30 luglio ’90 arriva la legge “Amato” o “Amato Carli” (n.218/90), che tuttaviua aveva un precedente nella legge Andreatta n.53/1981, alla quale è qui indispensabile fare un cenno.

Lo Stato, stanco, nauseato e comunque non più in possibilità di coprire deficit di banche pubbliche,  vuole costringere dolcemente a trasformarsi in società per azioni con ingresso di privati, anche i cinque  principali  ISTITUTI DI CREDITO DI DIRITTO PUBBLICO (BNL, BANCO DI SARDEGNA,   BANCO DI NAPOLI,  BANCO DI SICILA, MONTE DEI PASCHI DI SIENA).

Non volendo o forse non potendo  agire di forza, la legge 218/90 mette in ponte gli amministratori degli ICDP (i quali  vorrebbero continuare a mungere).

La legge 218/90 dice: io Stato distribuisco 1.800 miliardi di lire in cinque anni fra gli ICDP che adotteranno uno statuto sul modello del DM del 27/07/71 (Ministro Andreatta).

Fin qui  nulla quaestio, ma la legge 218/90 conteneva un inghippo. Un inghippo  letale per amministratori politici lottizzati che non avrebbero mai amministrato più nulla di simile (e forse neppure una pizzeria,) neppure vivendo cent’anni. L’inghippo era una disposizione (art.5 legge 218/90) che praticamente costringeva la banca a diventare una società per azioni e prima o poi privatizzarsi con ingresso di privati ai quali la gestione clientelare non sarebbe andata tanto bene.

Date le dimensioni di tutti gli ICDP, per il BANCO si poteva stimare una quota di forse 3-400 miliardi (sui 1.800), ed il rai, di forse 3-1400 miliardi (il Cielo, e tutti sapevano quanto bene avrebbero fatto all’economia sarda).
Il 30 luglio ’90 lo sgomento ed il panico, si sono diffusi ai piani  alti del BANCO: il bel sogno realizzato, d’una vita, era in procinto di terminare.
Illustro ora il fatto che a mio parere dimostra di quanta pochezza e ferocia verso le classi deboli sia impastata parte non piccola delle classi dirigenti sarde: politici, stampa e magistratura.

La legge 218/90, che spingeva verso la SpA, (cioè verso la privatizzazione), poneva un condizione: beneficiari delle quote (piccole o grandi, da stabilire), sui 1.800 miliardi, potevano essere solo quegli ICDP che adottassero (o già disponessero) d’uno statuto chiamato (nel gergo Bankitalia) del tipo “impresa”, cioè sul modello (collaudato) contenuto nel citato DM 27 luglio ’71 (Ministro del Tesoro ANDREATTA). Nulla avrebbero avuto quegli ICDP che avessero insistito nel tipo di statuto chiamato “istituzione”. (Cioè tipo asilo infantile, dove chi approva il bilancio è il CdA che l’ha gestito. Se non è da ridere!!
Lo statuto vigente nel ’90 del BANCO era già del tipo “impresa”, modellato sul DM 27/07/71. Quindi che avrebbe dovuto fare il BANCO per doverosamente incamminare l’ISTITUTO verso la SpA e per avere una quota (ripeto forse 300-400 miliardi del ’90-94)? Non aveva da fare nulla di nulla. Magari una letterina ed aspettare i bonifici.
Per una di quelle contorsioni dei quali la politica è capace, nel ’90, nel BANCO l’organo con poteri assembleari (ad. esempio modifica dello statuto), e del quale io non facevo parte, si chiamava CdA.

Dunque il CdA il 18/10/90 vota una riforma “statutaria” pazzesca, che ripudia lo statuto “impresa”, ripudia (forse illegalmente), il DM 27/07/71 e riadotta uno statuto del tipo  “istituzione”. Pazzesco, nel ’90! Il che mette in condizioni il BANCO d
Non ricevere alcuna quota sui 1.800 miliardi, (che sollievo!);
Abolire i già scarsi controlli (tipo spa), contenuti nello statuto ex DM 27/07/71,
Regolarsi su un modello asilo infantile, tipo “erogazione” (e che erogazioni!),  che avrebbe consentito di continuare la amatissima gestione “politica” senza le rotture di scatole di un’assemblea nella quale un qualunque Pierino privato possessore di tre azioni avrebbe potuto fare domande indiscrete (ad empio, quanti parenti di magistrati  sono stati assunti senza concorso quest’anno?)

Il 17/10/90, cioè la sera prima del voto finale in Cda (18/10/90) che avrebbe adottato il nuovo risibile statuto ho da Cagliari fatto due telefonate al DG ed al P. del BANCO: se domani approvate il nuovo statuto, che è in danno del BANCO e della SARDEGNA ed a favore delle personali posizioni  di chi approverà lo statuto, io faccio un esposto alla procura della Repubblica di Sassari.

 
 
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